2019, ultima frontiera, forme di finanziamento aziendali (2 parte di 3)

Giuseppe Tribuzio
21 lug 2019
Tempo di lettura: 2 minuti, 41 secondi


Nel precedente numero abbiamo enumerato gli strumenti finanziari tradizionali.
Il credit crunch che attanaglia il mercato del credito da oltre un decennio e che periodicamente si manifesta, specie in Italia (vedi articolo sull’argomento), ha prodotto conseguenze di notevole rilievo sulle modalità di concessione di credito, determinando di fatto l’aumento di interesse verso fonti e strumenti di finanziamento alternativi al tradizionale canale bancario.

Il report Deloitte “Alternative Lender Deal Tracker”, rileva nel corso 2018 in Europa un incremento del 9% degli investimenti finanziati da strumenti alternativi.

Tra gli strumenti più comuni di finanza alternativa, oltre alla quotazione in Borsa, si annoverano: minibond, direct lending, private equity e venture capital.

Strumenti di finanza alternativa

I MINIBOND sono titoli obbligazionari o cambiali finanziarie (con scadenza fino a 36 mesi) emessi da imprese italiane sul mercato mobiliare (segmento Extra-Mot di Borsa Italiana), riservati ad investitori professionali e qualificati. I mini-bond sono stati introdotti con il D.L. 83/2012 e successive integrazioni e modifiche. Secondo i dati del Politecnico di Milano, le PMI italiane che hanno emesso mini-bond fino al 30 Giugno 2018 sono state 221 per un controvalore pari a circa 3,5 miliardi di euro.

Il DIRECT LENDING si caratterizza per la concessione di finanziamenti alle imprese da parte di investitori non bancari, quali fondi alternativi di investimento. In Italia il direct lending è stato introdotto solo recentemente e, anche a causa di vincoli legislativi ancora troppo rigidi, non è ancora molto diffuso. Le operazioni di direct lending più significative riguardano la sottoscrizione di quote di mini-bond.

PRIVATE EQUITY e VENTURE CAPITAL. Le operazioni di private equity sono operazioni di finanziamento che prevedono l’ingresso di un investitore professionale nell’equity di società solitamente non quotate, attraverso l’acquisto di quote di capitale, oppure nuovi titoli emessi sottoscrivendo aumenti di capitale. Le operazioni di venture capital possono essere classificate come una sottocategoria del private equity e sono caratterizzate dall’investimento in società appena costituite o start-up.
Gli investimenti di private e venture capital si connotano per un orizzonte temporale limitato (solitamente da 3 a 7 anni), al termine del quale il fondo procede al disinvestimento (way-out) mediante la vendita delle azioni acquistate (ai soci, al management o sul mercato borsistico) nella prospettiva di conseguire una plusvalenza. I fondi sono caratterizzati da una notevole variabilità in termini di aree e tempistiche di intervento nel capitale delle imprese: alcuni di essi ad esempio sono specializzati in operazioni di restructuring di imprese in crisi; altri forniscono finanziamenti ponte al fine di traghettare le imprese verso operazioni straordinarie, come fusioni e acquisizioni. Il Quaderno di Ricerca “La Finanza Alternativa per le PMI in Italia” redatto dal Politecnico di Milano rileva come gli investimenti in private equity e venture capital siano negli ultimi anni tendenzialmente costanti, attestandosi su una media di 330 operazioni annuali per un controvalore di circa 4 miliardi di euro.

Gli strumenti di finanza alternativa sono generalmente adatti ad imprese medio grandi, o a start up con forti prospettive di crescita, e non accessibili alle PMI o alle imprese già mature, per le quali negli ultimi anni si vanno affinando nuovi strumenti di finanza digitale, cui sarà dedicata l’ultima parte di questo articolo.

Nella prossima newsletter, gli strumenti di finanza digitale. A presto.

Dott. Giuseppe Tribuzio (business developer Obiettivo Revisione Spa)

Dott. Antonio Palmisano


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